Hai letto almeno tre guide su come creare una mailing list e sei ancora ferma nello stesso punto: non sai dove va messo il modulo. Le guide ti hanno parlato di nicchia, di cliente ideale, di strategia, di funnel di vendita. Nessuna ti ha detto il gesto. Apri questa pagina, metti questa cosa qui, e da domani gli indirizzi arrivano.
Nel 2021 quell’articolo l’ho scritto anch’io. Sei passi per creare una mailing list perfetta. L’ho riletto la settimana scorsa e in tutto il pezzo non c’era scritto da nessuna parte dove si mette il modulo di iscrizione. C’era la nicchia, c’era l’identikit del cliente ideale, c’era il webinar. Il gesto no. Lo sto riscrivendo da capo, e quello che stai leggendo è la versione che avrei dovuto scrivere allora.
Qui dentro trovi dove va il modulo, cosa dare in cambio perchè qualcuno lo compili, come si sceglie lo strumento che raccoglie gli indirizzi al posto tuo, e cosa serve per essere in regola adesso che il Garante ha messo una data sul calendario. Non ti dirò quante iscritte servono per essere brava, perchè quel numero non esiste e ne ho già scritto altrove.
TL;DL
- Una lista email sono le persone che ti hanno lasciato l’indirizzo e il permesso di scrivergli. La newsletter è una delle cose che mandi loro.
- Per partire servono un posto dove mettere il modulo, una ragione per cui qualcuno lo compili, e uno strumento che raccolga gli indirizzi e spedisca al posto tuo.
- Il sito non è obbligatorio. Si può cominciare con una pagina sola, e ti mostro come.
- Il modulo va dove la persona ha appena finito di leggerti, non in fondo alla home dove non arriva nessuno.
- Sul permesso: una casella di consenso all’iscrizione basta, e chi ti dice che ne servono due sta sbagliando. Quello che deve essere separato è il modo di toglierlo dopo.
- Dal 29 ottobre 2026 cambia una cosa sul pixel che conta le aperture, e riguarda anche una lista da duecento persone.
- Quello che fai nel minuto dopo l’iscrizione conta più di quante persone si iscrivono.
Che cos’è una lista email, e che differenza c’è con la newsletter
Una lista email è l’insieme delle persone che ti hanno lasciato il loro indirizzo e il permesso di scrivergli. La newsletter è una delle cose che puoi mandare a quelle persone. Prima viene la lista, dopo viene quello che ci scrivi dentro. Mailing list e lista email sono la stessa identica cosa: una è la parola inglese, l’altra è la nostra.
Sembra una distinzione da pedanti. Ti spiego perchè cambia cosa fai lunedì mattina.
Chi parte dalla newsletter si blocca subito sulla domanda sbagliata, che è “cosa scrivo”. Sta lì tre settimane a decidere il tema, il giorno, il nome carino, e intanto non ha ancora un indirizzo. Chi parte dalla lista si occupa prima di tre cose che si fanno in un pomeriggio: dove metto il modulo, cosa do in cambio, con cosa spedisco. Poi, quando scrive, scrive a qualcuno invece che al vuoto. È tutta un’altra faccenda anche per te che scrivi.
Perchè duecento indirizzi valgono più di quattromila follower
C’è un secondo motivo, e riguarda dove vivono le persone che ti seguono. I tuoi follower stanno a casa di qualcun altro. Se domani quella piattaforma cambia le regole, chiude il tuo profilo per un errore, o semplicemente smette di far vedere quello che pubblichi, quel pubblico lì non ce l’hai più e non hai nessun modo di richiamarlo. Gli indirizzi email sono l’unico pubblico che ti porti via. È il motivo per cui una lista da duecento persone vale più di quattromila follower, e non lo dico per consolarti: lo dico perchè le duecento le puoi raggiungere quando vuoi.
Un’ultima cosa sul vocabolario, che ti servirà quando cerchi aiuto. Tu dici “lista email” e “raccogliere gli indirizzi”. I fornitori dei programmi dicono “database contatti”, “lead generation” e “opt-in form”. Stanno parlando della stessa roba. Quando leggi una guida e ti sembra di non capire niente, il più delle volte è solo questo.
La lista sono le persone. La newsletter è la posta che gli mandi. Tieni fermo questo e il resto viene in ordine.
Cosa ti serve prima di raccogliere il primo indirizzo email
Servono tre cose, e nessuna è complicata: un posto dove mettere il modulo, una ragione per cui qualcuno dovrebbe compilarlo, uno strumento che raccolga gli indirizzi e spedisca al posto tuo. Poi c’è la domanda che ti farai un minuto dopo, cioè quanto costa, e ti rispondo anche a quella.

Un posto dove mettere il modulo per iscriversi, anche se non hai ancora un sito
Il modulo deve stare in un posto che è tuo, o almeno che controlli tu.
Se hai un sito, il posto è dentro gli articoli, nel punto in cui la persona ha appena finito di leggere una cosa che le è servita. Non solo nella colonna di destra, dove sta fermo un modulo che nessuno guarda da anni.
Se il sito non ce l’hai, puoi partire lo stesso oggi, e questa è la parte che quasi nessuno racconta. Tutti i programmi per le newsletter, anche nei piani gratuiti, ti fanno costruire una pagina singola con dentro il modulo. Ti danno un indirizzo, tu lo metti nel link in bio, e hai un posto dove far atterrare le persone senza aver comprato niente. Quella pagina ha un titolo, una riga che dice cosa riceverai, il campo per l’email e il pulsante. Basta così, e ci metti mezz’ora.
Nel link in bio ci va l’indirizzo di quella pagina. Non il tuo profilo, e nemmeno un messaggio che dice “scrivimi in privato per la newsletter”.
Il motivo è pratico. Se chiedi di scriverti in privato, quell’indirizzo poi devi copiarlo a mano e infilarlo tu nella lista, uno per uno. Dieci persone le gestisci. Alla trentesima ti sei stancata e hai smesso, e intanto le prime dieci non hanno ancora ricevuto niente. La pagina invece lavora anche mentre dormi: la persona scrive il suo indirizzo, il programma lo prende e lo mette dove deve stare, e tu non tocchi niente.
Ultima cosa pratica, che vale più di tutto il resto della sezione: quasi tutti compileranno quel modulo dal telefono. Quindi due campi, nome e email, e non cinque. Ogni campo in più che aggiungi è gente che si ferma a metà.
Cosa dare in cambio dell’indirizzo, e perchè il PDF da cento pagine non funziona
Se pensi alle newsletter a cui sei iscritta adesso, sapresti dirmele?
Lo so, quasi sempre la risposta è no. Ti sei iscritta per prendere una cosa, l’hai presa, e di chi te l’ha data non ti ricordi più. Questo ti dice due cose su cosa devi dare tu. La prima è che lo scambio esiste davvero, e che l’indirizzo email la gente non lo regala. La seconda è che quello che dai deve essere abbastanza piccolo da essere usato subito, altrimenti fa la fine delle altre.
Il PDF da cento pagine non funziona per un motivo semplice: nessuno lo legge. Chi lo scarica lo mette in una cartella e lo dimentica, e tu ci hai messo tre settimane a scriverlo. Funziona meglio una cosa piccola che risolve un problema in dieci minuti, perchè quella la persona la usa mentre è ancora davanti allo schermo, e quando funziona si ricorda di te.
Ti faccio un esempio. Federica, che è nutrizionista, non regala la guida completa all’alimentazione. Regala la lista della spesa per la settimana, già divisa per reparto. Giada, che disegna, non regala il corso di illustrazione. Regala quattro sfondi per il telefono. Sono cose che si consumano in un pomeriggio e che fanno vedere come lavori.
Su cosa può essere quella cosa e su come si sceglie ho scritto un pezzo intero, cos’è un freebie e come si usa, e un altro su come si monetizza senza svenderlo. Qui non te lo rispiego, perchè ti servirebbe il doppio del tempo e il pezzo che stai leggendo parla di un’altra cosa.
Come farti aiutare dall’AI a decidere cosa regalare
Qui l’AI serve, ma non per l’idea. L’idea ce l’hai già e sta sparsa nelle domande che ricevi.
Vai a prendere trenta domande vere: quelle dei messaggi privati, quelle dei commenti, quelle che ti fanno in consulenza o al telefono. Incollale in una chat e chiedi quali tornano più spesso e come si raggruppano. Quello che esce non è un’idea nuova, è la tua, contata. Il gruppo più numeroso è il tuo freebie.
Poi le fai fare due lavori piccoli: dieci varianti della riga di promessa del modulo, che scegli tu, e la scaletta del freebie, che scrivi tu.
La regola sotto è una sola, e la ritrovi in tutti i pezzi di questa serie. L’AI lavora sui pezzi ripetibili e verificabili. Non lavora sui pezzi dove chi legge sta decidendo se fidarsi di te. Contare le domande che ricevi è meccanica. La promessa che fai, no.
Come scegliere lo strumento che manda le email al posto tuo
Lo strumento deve fare tre lavori: tenere gli indirizzi, mandare da solo la prima email a chi si iscrive, e conservare la prova di quando quella persona ha detto di sì. Il terzo lavoro sembra burocrazia e invece è quello che ti salva, e nella sezione sul permesso ti spiego perchè.
Non ti serve il più potente. Ti serve quello che riesci a usare senza chiamare qualcuno.
Se parti adesso, il mio consiglio è MailerLite: è gratuito fino a un certo numero di iscritte, l’editor si capisce senza tutorial, e le automazioni di base ci sono già dentro. Brevo è l’altro nome che troverai spesso, ed è generoso sul gratuito. Mailchimp è il più conosciuto di tutti e io non mi ci sono mai trovata bene, ma è una questione mia: se ci hai già lavorato e ti torna, tienitelo.
Quale strumento uso io, e perchè per te adesso è sproporzionato
Io invece uso Framework360, una piattaforma all in one tutta italiana, che tiene insieme le email, i corsi e i pagamenti nello stesso posto. Ha due cose che a una che lavora da sola cambiano la giornata: il supporto risponde in italiano e a un orario umano, e c’è una community attiva dove qualcuno che ha già risolto il tuo problema lo trovi sempre. Quando sei sola e ti si inceppa qualcosa di sabato mattina, quelle due cose valgono più di metà delle funzioni.
Ti dico subito come stanno le cose: quello è un link di affiliazione. Lo uso perchè mi permette di darti uno sconto sul prezzo normale, quindi la differenza la incassi tu, non io. Se preferisci arrivarci per conto tuo cerca il nome e vai dritta al loro sito, non cambia niente fra noi.
Detto questo, per te che devi raccogliere i primi cento indirizzi è sproporzionata. Ci arrivi quando avrai anche i corsi e i pagamenti da tenere insieme, e non è adesso. Si cambia strumento senza problemi, gli indirizzi si portano via: non stare ferma tre mesi a scegliere, quella è la trappola vera.
Quanto costa al mese tenere una lista email, e cosa si fa davvero gratis
Si comincia gratis, e non è il gratis finto che dura due settimane.
Tutti i programmi seri hanno un piano gratuito che copre le prime centinaia di iscritte e un tot di email al mese. Il numero preciso cambia spesso, e nell’ultimo anno è cambiato in peggio da più parti, quindi guardalo il giorno che ti iscrivi invece di fidarti di quello che leggi in giro, questo pezzo compreso.
Quando superi il piano gratuito si parla di poche decine di euro al mese, e arriva molto dopo il punto in cui ti trovi adesso. La cosa che ti costa davvero non sono i soldi, sono le ore: mezz’ora per montare il modulo, un pomeriggio per la cosa da dare in cambio, venti minuti per la prima email. Se hai tre ore a settimana, in due settimane sei in piedi.
Fare la lista è la parte facile. Tenere l’attenzione di chi ci è entrato è il lavoro vero, e comincia già nel minuto dopo l’iscrizione. Prima però bisogna che quel modulo lo veda qualcuno, ed è il punto dove si perde più gente di tutti.
Dove va il modulo per iscriversi perchè venga visto davvero
Il modulo più bello del mondo, messo in fondo alla home, non lo vede nessuno.
Questo è il punto in cui si perde più gente di tutto il percorso, e si perde per un motivo che non ha niente a che fare con la grafica. Chi arriva da Google non entra dalla tua home. Atterra sull’articolo che risponde alla domanda che aveva, legge, e quando ha finito se ne va. In quel viaggio la tua home non la vede mai, e il modulo che sta lì è come un cartello in una strada dove non passa nessuno.

Il posto giusto è dentro l’articolo, e più precisamente nel punto in cui hai appena finito di esserle utile. Ha capito una cosa grazie a te, sta ancora leggendo, ed è l’unico momento in cui lasciarti l’indirizzo le sembra uno scambio giusto. Se aspetti la fine della pagina hai perso quelli che leggono solo metà, e sono la maggioranza.
Quindi in un articolo lungo il modulo ci va almeno due volte: una a metà, subito dopo il pezzo più utile, e una in fondo per chi è arrivato in fondo. Non è insistere, è che la stessa persona non passa due volte dallo stesso punto.
I posti che sembrano giusti e non lo sono
La sidebar, cioè la colonna di destra. Ci sta bene un modulo, ma da sola è arredamento: sta lì ferma, l’occhio la salta dopo due secondi, e sul telefono la colonna scivola in fondo a tutta la pagina, dove non arriva quasi nessuno. La sidebar un lavoro suo ce l’ha e lo fa bene, e raccogliere iscritte non è quello: di cosa metterci dentro ho scritto in un pezzo a parte, in arrivo.
Il piè di pagina. Stessa storia, con l’aggravante che ci sta insieme alla privacy e ai contatti, cioè nella zona in cui la gente guarda solo quando ha un problema.
La pagina “Newsletter” nel menù. Serve, ma non porta iscritte da sola. Nessuno naviga il tuo menù per cercare una newsletter che ancora non sa di volere.
Il popup, e quando smette di essere fastidioso
Il popup funziona, e la gente che lo odia lo odia per come viene usato, non per quello che è.
Se compare dopo due secondi, mentre la persona sta ancora capendo dove è finita, è una porta in faccia. Se compare quando ha letto metà pagina, o quando sta per uscire, allora è una domanda fatta al momento giusto. E deve chiudersi con una X grande, subito, senza trabocchetti. Se per chiuderlo devi cercare la crocetta, hai perso quella persona per sempre, e non solo l’iscrizione.
La pagina dedicata, che è il posto dove mandi tutti gli altri
Poi ti serve un posto solo, con un indirizzo che puoi dire a voce. È lì che mandi chi arriva da Instagram con il link in bio, chi ti sente in un podcast, chi ti chiede “ma come faccio a seguirti”.
Quella pagina fa una cosa sola: spiega cosa riceve e raccoglie l’indirizzo. Niente menù che porta altrove, niente elenco dei tuoi servizi, niente da leggere per due minuti prima di arrivare al campo. La mia è La posta delle Webgirls, ed è fatta esattamente così: puoi aprirla e copiarne la struttura, che è il motivo per cui te la sto mostrando.
Il modulo però da solo non basta, perchè quello che ci scrivi sopra decide se qualcuno lo compila. E “iscriviti alla newsletter” è la frase che convince meno di tutte.
Cosa scrivere nel modulo di iscrizione, oltre a “iscriviti alla newsletter”
“Iscriviti alla newsletter” dice a chi legge cosa deve fare lei. Non dice cosa riceve, quando, nè perchè dovrebbe interessarle. È la frase più scritta d’Italia sotto un campo email, ed è anche quella che funziona peggio.
Un modulo ha quattro pezzi di testo e nessuno è decorativo: il titolo, la riga sotto, il pulsante, la casella del consenso. Te li prendo uno per uno, perchè su ognuno c’è una cosa da sapere.

Il titolo del modulo: dì cosa arriva, non cosa deve fare lei
Il titolo è la promessa. “Iscriviti alla newsletter” non è una promessa, è un’istruzione.
Quello che funziona dice cosa riceve chi lascia l’indirizzo, con le parole che userebbe lei. Federica la nutrizionista non scrive “iscriviti alla newsletter”: scrive “ti mando la lista della spesa, già divisa per reparto”. Giada che disegna scrive “quattro sfondi per il telefono, nuovi ogni mese”. Sono frasi che si capiscono senza dover cliccare per scoprire cosa c’è dietro.
Se il titolo ti viene lungo, va bene lo stesso. Lungo e chiaro batte corto e vago.
La riga sotto: cosa ricevi e ogni quanto
Sotto il titolo serve una riga che dica la frequenza. Chi ti sta per lasciare l’indirizzo si sta chiedendo una cosa sola, e non è se sei brava: si sta chiedendo quante email le arriveranno.
Se scrivi ogni martedì, poi devi scrivere ogni martedì. Se non sai mantenere una cadenza, dichiara quella che hai davvero. “Ti scrivo ogni tanto, quando ho qualcosa che ti serve” è una frase onesta, e chi la legge la preferisce a una promessa che poi non mantieni. Io ho messo esattamente quella, perchè è quello che faccio.
Il pulsante: la frase che sostituisce “Iscriviti”
Il pulsante deve completare la frase “voglio”. Provalo: metti “voglio” davanti a quello che c’è scritto sul tuo pulsante e senti come suona. “Voglio iscriviti” non sta in piedi. “Voglio la lista della spesa” sì.
Quindi: Mandami la lista della spesa. Scarica i quattro sfondi. Mandami la posta.
Quest’ultimo è il mio, ed è cambiato oggi. Fino a stamattina il pulsante della mia pagina di iscrizione diceva “Iscriviti”, perchè era quello che il programma ci mette da solo e io non l’avevo mai guardato. L’ho scoperto mentre scrivevo questa sezione. Te lo racconto perchè è esattamente il punto: non è una cosa che si sbaglia per ignoranza, è una cosa che si lascia com’è perchè nessuno la guarda mai.
Vai a guardare il tuo adesso, prima di finire di leggere. Ci metti trenta secondi.
Le quattro cose da non scrivere
“Niente spam, promesso.” Nomina lo spam nel momento esatto in cui la persona sta decidendo se fidarsi. Il pensiero non c’era, glielo hai messo tu.
“Unisciti a più di duemila iscritti” quando ne hai duecento. Se il numero è piccolo non si scrive, e non perchè sia una vergogna: perchè un numero piccolo scritto lì fa pensare che serva un numero grande per valere qualcosa, e non è vero.
“Resta aggiornata sulle novità.” Non vuol dire niente. Quali novità, di chi, ogni quanto.
I campi che non ti servono. Cognome, telefono, settore, come mi hai conosciuta. Ogni campo in più è gente che si ferma, e quelle informazioni le puoi chiedere dopo, quando ha già detto di sì.
La casella del consenso, che non è un dettaglio burocratico
Sotto il modulo va la casella in cui la persona dice che ha letto come tratti i suoi dati, con il link all’informativa. Una casella sola, obbligatoria.
Su questa c’è parecchia confusione in giro, e c’è anche una data che scade fra poco. Ne parlo nella prossima sezione, perchè è il punto in cui più persone stanno sbagliando adesso senza saperlo.
Devo chiedere il permesso? Come si raccolgono gli indirizzi email in regola
Sì, il permesso serve, e non è una formalità da sbrigare. Chi ti lascia l’indirizzo deve sapere chi sei, cosa gli manderai e come si toglie. E tu devi poter dimostrare che quel permesso te l’ha dato davvero.
Prima di andare avanti ti dico da dove parlo. Non sono un avvocato e questa non è una consulenza legale. Sono una che manda email a una lista sua e che i documenti se li è letti, perchè doveva capire cosa cambiare entro ottobre. Sotto ogni punto trovi il link al testo originale, così puoi controllare invece di fidarti di me.

Il consenso e la doppia conferma: cosa serve davvero sotto il modulo
Sotto il modulo va una casella in cui la persona dice di aver letto come tratti i suoi dati, con il link all’informativa. Obbligatoria, non spuntata in partenza.
Una casella basta, e chi ti dice che ne servono due si sbaglia. Sta scritto nel provvedimento del Garante di aprile: il consenso a essere tracciata può stare dentro quello più generale a ricevere le tue comunicazioni. Quello che deve essere separato non è il momento in cui lo dà, è il modo in cui se lo riprende, e fra due righe ti dico perchè.
Poi c’è la doppia conferma, cioè l’email che arriva subito dopo l’iscrizione e chiede di cliccare un link. Per legge non è obbligatoria in assoluto, e chi te la racconta come un obbligo secco sta semplificando.
Cosa è costato ad Altroconsumo non aspettare quel clic
Il punto vero è più preciso, e viene da una cosa successa a giugno. Il Garante ha sanzionato Altroconsumo per 280.000 euro perchè metteva nelle liste promozionali persone che si erano registrate ma non avevano mai cliccato la conferma. Dopo tre solleciti senza risposta partivano lo stesso una ventina di email commerciali al mese. Quello che il Garante ha detto è questo: se il tuo modulo presenta la conferma come il passaggio che completa l’iscrizione, quel clic non lo puoi ignorare. Senza, manca la base per scrivere a quella persona.
Tradotto per te che stai partendo adesso: tienila accesa. Ti costa qualche iscritta, e le iscritte che perdi sono quelle che non avrebbero mai aperto niente. In cambio hai una lista di persone che hanno detto di sì due volte, e una prova che l’hanno fatto.
E la prova serve davvero. Da dove arriva il contatto, quando ha confermato, a cosa ha detto di sì. Un foglio di calcolo che puoi modificare tu non è una prova: quello che conta è che sia il programma a tenerne traccia. Se non sai dove il tuo strumento conserva quelle date, chiedilo al supporto oggi, che è più facile di cercarle il giorno che servono.
Il pixel che conta le aperture: cosa cambia dal 29 ottobre 2026
Il pixel è un’immagine invisibile, grande un puntino, che il tuo programma infila dentro ogni email. Quando la persona apre il messaggio l’immagine si carica, e il programma sa che l’ha aperta. È da lì che esce il tasso di apertura che guardi nelle statistiche. Con ogni probabilità ce l’hai attivo adesso e non lo hai mai acceso tu: è acceso di serie.
Ad aprile il Garante ha pubblicato le linee guida su come si usa. Il provvedimento è il numero 284 del 17 aprile 2026, in Gazzetta il 29 aprile. Quello che dice, per le parti che ti riguardano:
- Serve il consenso quando il pixel registra le aperture della singola persona, il suo indirizzo IP, il dispositivo, quante volte ha aperto. Cioè quello che fanno quasi tutti i programmi di serie.
- Non serve per una misurazione statistica anonima e aggregata, che ti dice quante aperture in totale senza dirti chi.
- Chi riceve deve poter togliere il tracciamento continuando a ricevere le tue email. Disiscriversi e smettere di essere contata sono due cose diverse, e vanno rese ugualmente facili.
- Il tempo per adeguarsi scade il 29 ottobre 2026.
Vale anche per una lista da duecento persone. Non c’è una soglia sotto la quale sei esentata, e questo è il pezzo che quasi nessuno sta dicendo, perchè di questa cosa parlano gli studi legali e parlano alle aziende.
Cosa fare adesso, prima che scada il 29 ottobre
Cosa farei io al posto tuo, in ordine. Prima guardo cosa fa il mio programma di serie, cercando “tracciamento aperture” nelle sue impostazioni. Poi metto una nota in calendario a metà ottobre, così la scadenza non mi trova impreparata. E metto in conto una cosa che nessuno dice: quando le persone potranno togliere il tracciamento, il tuo tasso di apertura scenderà, e non perchè avrai scritto peggio. Su questo torno più avanti, quando parliamo di cosa guardare davvero.
Quando smetti di leggermi e chiami un consulente
Quello che hai letto qui sopra è quello che ho capito io leggendo i documenti, e mi serviva per sistemare il mio sistema. Per il tuo caso, ci sono situazioni in cui la persona giusta è un’altra.
Chiama un consulente privacy se raccogli dati che riguardano la salute, e vale per te se sei nutrizionista, terapeuta, osteopata, o lavori con il benessere delle persone, o hai iscritte fuori dall’Italia, perchè lì entrano in gioco altre regole. Se hai una lista che arriva da altrove, importata, comprata, o ereditata da un progetto vecchio. Se ti arriva un reclamo o una richiesta di cancellazione che non sai come gestire. E se vendi qualcosa e mandi email che promuovono i tuoi prodotti a persone che non sono ancora tue clienti.
Le domande da fargli sono quattro, e valgono i soldi della consulenza: la mia informativa copre quello che faccio davvero con gli indirizzi, il modo in cui raccolgo il consenso regge se qualcuno lo contesta, dove sono conservate le prove, e cosa devo cambiare entro il 29 ottobre.
Adesso il permesso ce l’hai, il modulo è al suo posto, e qualcuno ha appena lasciato il suo indirizzo. Quello che succede nei sessanta secondi dopo decide se quella persona si ricorderà di te.
Cosa succede nel minuto dopo che qualcuno ti lascia l’email
Il modulo è al suo posto, qualcuno ha premuto il pulsante. Comincia adesso la parte che quasi nessuno progetta, e sono sessanta secondi.
In quel minuto succedono quattro cose, in quest’ordine. La persona atterra su una pagina. Le arriva una mail che le chiede di confermare. Lei clicca. E poi le arriva la prima email vera, quella tua.
Il minuto dell’iscrizione
Sessanta secondi per vedere cosa succede davvero nel tuo, di minuto. Poi il foglio con la mappa delle tue porte d’ingresso, il modello dell’email di benvenuto e il contesto da dare all’AI. Te lo mando per email: non c’è niente da scaricare.

Ognuno di questi quattro passaggi si può inceppare. E quando si inceppa tu non te ne accorgi, perchè chi si perde in quel minuto non ti scrive per dirtelo. Semplicemente non c’è. Il tuo programma ti dirà che hai una iscritta in meno, e tu penserai che non le interessavi abbastanza.
La pagina dove atterra
Appena preme il pulsante, la persona finisce da qualche parte. Se non hai deciso tu dove, ci finisce comunque: sulla stessa pagina di prima con una scrittina verde, oppure su una pagina di ringraziamento generica messa lì dal programma, con scritto qualcosa tipo “grazie per esserti iscritto” e il logo di chi ti fa il servizio.
Quella pagina ha un lavoro solo che conta davvero, e non è ringraziare. Deve dire alla persona dove guardare adesso, cioè nella sua casella di posta, e cosa fare se quella mail non arriva. Tutto quello che aggiungi prima di aver detto questo le toglie attenzione dall’unica cosa che deve fare.
Su cosa metterci dentro, cosa lasciare fuori, e perchè l’offerta a sorpresa su una lista piccola costa più di quanto rende, ho scritto un pezzo intero: cosa scrivere nella pagina di ringraziamento.
La mail di conferma, che è il punto dove si perde più gente
Poi arriva la mail che chiede di cliccare. È il passaggio di cui abbiamo parlato nella sezione sul permesso, e in mezzo a tutto il percorso è quello che ne ferma di più.
Non perchè la gente ci ripensi. Perchè quella mail finisce nella cartella promozioni, o perchè l’indirizzo è stato scritto male, o perchè arriva con qualche minuto di ritardo e nel frattempo la persona ha chiuso tutto ed è passata ad altro. Il tuo lavoro è dirle prima dove guardare, e lo fai sulla pagina di atterraggio.
L’email di benvenuto, cioè la prima email che le mandi tu
Se clicca, arriva nella tua lista. E lì le arriva l’email di benvenuto, che è la prima email vera che scrivi tu.
È la più letta di tutta la tua sequenza, e lo sarà per sempre: quella persona in quel momento si ricorda esattamente chi sei e perchè ti ha lasciato l’indirizzo. Fra due settimane non sarà più così. Quello che scrivi in quell’email vale dieci volte quello che scriverai nelle successive, e nella maggior parte dei casi è una riga di testo messa lì dal programma che nessuno ha mai riaperto.
Cosa scriverci dentro, in che ordine, e un esempio completo riga per riga lo trovi qui: cosa scrivere nell’email di benvenuto.
Perchè questo minuto conta più di quante iscritte fai
Puoi lavorare per settimane a portare più persone davanti a quel modulo. Oppure puoi passare un pomeriggio a sistemare quello che succede dopo che l’hanno compilato, e ottenere lo stesso risultato senza portare nessuno in più.
La differenza è che la prima cosa la devi rifare ogni mese, e la seconda la fai una volta e resta. Si lavora lì, non facendo di più.
Come si controlla il proprio minuto dell’iscrizione
E c’è un modo semplice per sapere se il tuo minuto funziona: fallo tu. Iscriviti alla tua stessa lista con un indirizzo che non hai mai usato, magari quello vecchio che tenevi per le iscrizioni ai siti, e guarda cosa ti succede. Dove atterri, cosa ti arriva, quanto ci mette, cosa c’è scritto. Ci metti quattro minuti e scopri cose che i numeri non ti dicono.
Dove si inceppa il tuo sistema?
Sei domande e sai quale pezzo ti manca adesso. Perchè prima di decidere dove mettere le ore, serve sapere dove si spezza la catena tra chi ti trova e chi ti paga.
Fai il test →A questo punto una domanda arriva sempre, ed è quella che ti frulla in testa da quando hai cominciato a leggere: quante persone servono perchè tutto questo abbia senso.
Quante persone servono prima che la lista serva a qualcosa
Questa domanda arriva sempre, e di solito arriva con una risposta già pronta in testa: troppo poche. Qualunque numero tu abbia adesso, ti sembra troppo poco per valere qualcosa.
Ti racconto cosa ho trovato io quando sono andata a guardare.
Cosa ho trovato quando ho contato la mia lista una per una
Il 21 agosto ho aperto la mia lista e ho contato i contatti uno per uno. Erano trecentoventitré. Non un numero tondo preso dalla schermata di riepilogo: le ho guardate una per una, per capire chi erano e da dove erano arrivate. Ho trovato sette indirizzi che non esistevano più e li ho cancellati. E ho trovato la cosa che mi ha fatto stare zitta per un po’: il contatto tipo, in quella lista, aveva ricevuto due o quattro email in tutto. Non due o quattro al mese. Due o quattro da quando si era iscritto.
Trecentoventitré persone che mi avevano dato il permesso di scrivergli, e a cui non avevo quasi mai scritto.
Il problema di quella lista non era la sua dimensione. Era che stava lì ferma. Una lista piccola a cui scrivi vale molto più di una lista grande che non sa più chi sei, e questo lo dico avendo avuto tutte e due le cose.
Quindi la risposta alla domanda con cui hai aperto questa sezione è che non esiste un numero minimo sotto il quale non ha senso cominciare. Esiste un numero sotto il quale i numeri smettono di essere leggibili, ed è un’altra faccenda: con venti iscritte una percentuale di apertura non ti dice niente, perchè basta una persona a spostarla di cinque punti.
Cosa guardare quando la lista è ancora piccola
Il numero che conta davvero, quando la lista è piccola, è quante persone ti rispondono. Una risposta a un’email è un segnale che nessuna percentuale ti dà, e su venti iscritte ne puoi avere due. Su duemila, se ti rispondono in due, hai un problema.
Su questo ho scritto il pezzo più lungo di tutto il blog, con dentro i numeri di chi ha venduto con liste da poche centinaia di persone, quanto vale un’iscritta in euro, e anche le storie di chi non ha venduto niente, che in Italia non racconta nessuno. Lo trovi qui: quante iscritte servono davvero per vendere qualcosa.
Per adesso tieni questo: la lista comincia a servirti dal primo indirizzo, a patto che a quell’indirizzo tu scriva. Il resto è aritmetica che arriva dopo.
Domande frequenti su come creare una lista email
La mailing list sono le persone che ti hanno lasciato l’indirizzo e il permesso di scrivergli. La newsletter è una delle cose che puoi mandare a quelle persone. Mailing list e lista email sono la stessa cosa, una in inglese e una in italiano. Prima si costruisce la lista, poi si decide cosa scriverci dentro.
Sì. Tutti i programmi seri hanno un piano gratuito che copre le prime centinaia di iscritte e un certo numero di email al mese. I limiti cambiano spesso, quindi vanno guardati il giorno in cui ti iscrivi. Si comincia a pagare quando superi quel numero, e si parla di poche decine di euro al mese.
No. Tutti i programmi per le newsletter, anche nei piani gratuiti, ti fanno costruire una pagina singola che contiene il modulo di iscrizione. Ti danno un indirizzo da mettere nel link in bio, e hai un posto dove far atterrare le persone senza aver comprato dominio nè hosting. Ci metti circa mezz’ora.
Sì. Sotto il modulo serve una casella, obbligatoria e non spuntata in partenza, con il link all’informativa sulla privacy. Una casella basta: il provvedimento del Garante di aprile 2026 dice che il consenso al tracciamento può stare dentro quello generale alle comunicazioni. Quello che deve restare separato è il modo di revocarlo.
Per legge non in assoluto. Ma se il tuo modulo presenta la conferma come il passaggio che completa l’iscrizione, quel clic non lo puoi ignorare: è il punto su cui il Garante ha sanzionato Altroconsumo per 280.000 euro nel giugno 2026. Tenerla accesa costa qualche iscritta e ti lascia una lista di persone che hanno detto di sì due volte.
No, e questo è l’errore più costoso di tutti. Chi ti ha dato l’indirizzo per un motivo diverso non ti ha dato il permesso di mandargli una newsletter. Se hai contatti che vorresti dentro, scrivi loro una email singola, spiega cosa stai facendo, e chiedi se vogliono iscriversi dal modulo.
Quando la lista è piccola, quasi sempre perchè il tuo dominio non è configurato per mandare email. Le regole che i grandi provider hanno introdotto nel 2024 scattano sopra le cinquemila email al giorno, quindi a te non si applicano ancora. Chiedi al tuo strumento la procedura di autenticazione del dominio: sono venti minuti.
Con la frequenza che riesci a mantenere per sei mesi, e la dici sul modulo. Una email al mese scritta bene batte quattro email scritte per dovere. La cosa che spegne una lista non è scrivere poco, è sparire per mesi e poi ricomparire come se niente fosse.
In sintesi
Per creare una mailing list ti servono un posto dove mettere il modulo, una ragione per cui qualcuno lo compili, e uno strumento che raccolga gli indirizzi al posto tuo. Il modulo va dentro gli articoli, nel punto in cui hai appena finito di essere utile. Sul pulsante non ci va “Iscriviti”, ci va la cosa che riceve. Il permesso si chiede con una casella sola, e la doppia conferma tienila accesa. Poi guarda cosa succede nel minuto dopo, perchè è lì che si perde più gente che in tutto il resto.
E il numero delle iscritte, per adesso, lascialo stare. La lista comincia a servirti dal primo indirizzo, a patto che a quell’indirizzo tu scriva.
Dove si inceppa il tuo sistema?
Sei domande, due minuti, e sai qual è il pezzo che ti manca adesso. Non è detto che sia la lista.
Fai il test →Chi sono
Sono Martina Vitale, digital coach. Ho aperto il mio primo blog nel 2010 e fra il 2020 e il 2022 ho gestito un’accademia di blogging con una community e prodotti miei. Poi l’ho chiusa, per ragioni che con il lavoro non c’entravano niente.
Nel 2026 sono tornata e ho ricostruito tutto da zero in un mese, con l’intelligenza artificiale come motore, mentre lavoravo otto ore al giorno in ufficio con due ragazzi in casa. Quello che insegno viene da lì: ho rimontato ogni pezzo del sistema con le ore che avanzavano, e so dove si inceppa perchè si è inceppato a me.
Se vuoi vedere come si costruisce tutto il percorso, dalla porta alla vendita, i percorsi sono qui.

Sono Martina Vitale, Digital Coach. Aiuto le donne che lavorano a costruire un business online che stia dentro la loro vita, non al posto della loro vita: un sistema che vende anche quando loro non ci sono, con l’AI come motore e senza vivere sui social. Se vuoi vedere come ti posso accompagnare, trovi tutto nei miei percorsi.
Per questo articolo ho usato l’AI come supporto alla stesura. Idee, ricerca e voce restano mie: ecco come lavoro.