Pubblicizzare un blog su Instagram vuol dire una cosa sola: prendere le persone che ti hanno trovata in un posto che non è tuo e portarle in un posto che lo è. Il gesto tecnico lo sanno fare tutte, si mette un link. La parte che decide se funziona è cosa trovano quando arrivano, e di quella non parla quasi nessuno.
Questo articolo l’avevo pubblicato nell’agosto del duemilaventuno e l’ho riscritto adesso, perchè il meccanismo funziona ancora identico e le mie risposte di allora no. Allora ti dicevo di pubblicare di più e in più formati. Oggi ti dico dove mandare le persone e cosa devono trovare, che è la parte che allora davo per scontata.
TL;DL
- Il link del profilo deve portare a un posto tuo dove succede qualcosa, non a un elenco di dieci destinazioni.
- Un contenuto che apre porta più persone di un contenuto che riassume: se hai già detto tutto, nessuno clicca.
- Chi arriva dal profilo trova un articolo che non ha chiesto: la prima schermata deve dirle subito che è nel posto giusto.
- Se sull’articolo non c’è un modo per lasciarti un contatto, quella visita si esaurisce lì e non torna.
- Il blog risolve anche il problema di cosa dire sui social, e non il contrario.
Cosa vuol dire portare un blog su Instagram, e cosa ci guadagni davvero
Ci guadagni due cose, e vale la pena dirle prima di qualunque tattica.
La prima: le persone che arrivano sul tuo sito puoi ritrovarle. Chi ti segue su Instagram lo vedi solo quando l’algoritmo decide di mostrarti, chi arriva sul tuo sito e ti lascia un indirizzo email lo raggiungi quando vuoi tu. È tutta la differenza fra un pubblico in prestito e uno tuo.
La seconda: il lavoro che fai smette di sparire. Un post vive tre giorni. Lo stesso ragionamento scritto sul tuo sito continua a rispondere alla stessa domanda per anni, e nel frattempo ti porta persone che non ti seguono e non sapevano che esistevi.
Quello che invece non ci guadagni, e va detto perchè nel duemilaventuno lo scrivevo anch’io: non ci guadagni visibilità in più su Instagram. Mandare le persone fuori dalla piattaforma non piace alla piattaforma, e i contenuti che portano via traffico non vengono premiati. Il ritorno di questo lavoro non si misura sulla copertura del post, si misura su quante persone sono arrivate dall’altra parte e ci sono rimaste.
Dove deve portare il link del profilo, se hai un blog
Il link in bio è l’unica porta che Instagram ti lascia aperta verso l’esterno, ed è anche il campo che le persone trattano peggio.
L’errore più comune è l’elenco: dieci voci, una pagina intermedia che le mostra tutte, e chi arriva deve scegliere. Guarda le statistiche del mese scorso e conta quanti click hanno preso le voci dal terzo posto in giù. Una destinazione sola porta più lontano di dieci opzioni, perchè non chiede una decisione a chi ha appena finito di scorrere.

La destinazione giusta dipende da cosa hai. Se hai un blog con dentro qualcosa di buono, mandale all’articolo che risponde alla domanda che ti fanno più spesso, non alla home page: la home dice chi sei, l’articolo risolve un problema, e le persone arrivano con un problema. Se stai lanciando qualcosa, mandale lì e sposta il blog dentro il menu del sito.
E se il tuo link porta al profilo di un marketplace, a un portale di annunci o alla pagina di un marchio per cui lavori, la porta che hai curato tanto sta aprendo su casa di qualcun altro. Ne ho scritto per esteso nell’articolo sul profilo Instagram, che è il pezzo che viene prima di questo.
Cosa pubblicare su Instagram quando quello che vuoi far leggere sta sul blog
Qui sta l’errore che facevo io, e lo facevo con le migliori intenzioni: riassumevo l’articolo nel post. Scrivevo la versione corta di quello che avevo già scritto lungo, e poi mi chiedevo perchè nessuno cliccasse. Non cliccavano perchè avevano già finito di leggere.
Un contenuto che porta traffico apre, non chiude. Prende un pezzo solo dell’articolo, quello che si capisce anche da solo, e lo porta fino al punto in cui la domanda successiva viene da sè. Quella domanda ha la risposta dall’altra parte.
Funzionano bene quattro cose, e sono tutte pezzi dell’articolo che hai già scritto: l’esempio concreto senza la spiegazione che ci sta attorno, l’errore che vedi fare più spesso con dentro solo il perchè è un errore, il prima e dopo con il metodo tenuto fuori, e la domanda che ti fanno sempre con la risposta breve e il rimando alla lunga.
Sulle storie vale una regola diversa: lì il rimando funziona se racconti perchè hai scritto quel pezzo, non di cosa parla. Le persone cliccano su una cosa che ti è successa molto più che su un titolo.
Il blog risolve il problema di cosa dire sui social, e non il contrario
Nel duemilaventuno avevo messo dentro questo articolo una frase che mi era stata detta in privato, e in cinque anni non è cambiata di una virgola:
Marty, non so di che parlare sui social. So che devo fare le storie, ma non so cosa dire ogni giorno.
La risposta è nell’ordine in cui si fanno le cose. Un articolo lungo contiene dentro di sè un mese di contenuti brevi: ogni sezione è un post, ogni esempio è una storia, ogni domanda frequente è un reel. Se il pezzo lungo lo scrivi prima, il calendario non parte più dal foglio bianco, e la parte più faticosa del lavoro sui social sparisce.
Al contrario non funziona: da un reel non ricavi un articolo. Come si costruisce il calendario partendo da lì l’ho scritto nell’articolo sul piano editoriale.
Cosa deve esserci sull’articolo perchè chi arriva dal profilo resti
Questa è la parte che nel duemilaventuno non avevo scritto, ed è quella che decide tutto il resto.
Chi arriva da Instagram non stava cercando il tuo articolo. Stava scorrendo, ha cliccato per curiosità, e adesso si trova su una pagina che non conosce. Ha pochi secondi di pazienza, meno di chi ti trova cercando su un motore di ricerca.
La prima schermata deve confermarle che è nel posto giusto. Il titolo che dice la stessa cosa promessa nel post, le prime righe che entrano subito nel merito senza preamboli, e nessuna finestra che salta fuori a coprire tutto prima ancora che abbia letto una riga.
Poi serve un modo per lasciarti un contatto, e serve dentro l’articolo, non solo nel piè di pagina. Senza quello, la visita si esaurisce lì: quella persona ha letto, magari le è pure piaciuto, e non la ritroverai mai più a meno che non si ricordi di te da sola. Se la lista non ce l’hai ancora, qui c’è come si costruisce da zero.
E serve un posto dove andare dopo: due link ad altri due articoli tuoi, scelti a mano, non l’elenco automatico degli articoli correlati. Chi legge fino in fondo è la persona più interessata che entrerà oggi sul tuo sito, e lasciarla su una pagina che finisce e basta è lo spreco più silenzioso che si possa fare.

Non sai qual è il pezzo che ti manca?
Dieci domande, due minuti, niente email. Alla fine sai su quale anello del tuo sistema stai perdendo le persone, e cosa conviene sistemare per primo.
Cosa non funziona più dal duemilaventuno, e cosa non rifarei
Rileggere un proprio articolo di cinque anni fa è un esercizio utile, quindi te lo faccio vedere.
Non rifarei l’elenco dei formati. Nel duemilaventuno avevo scritto che si poteva pubblicare il post, condividerlo nelle storie, registrare storie di approfondimento, provare i reel, fare sondaggi, andare in diretta e aprire una rubrica settimanale. È vero ancora adesso, ed è anche il modo più veloce per passare quindici ore a settimana dentro un’applicazione. Un elenco di cose che si possono fare non è una strategia: la strategia è decidere quali due fai e quali cinque no.
Non rifarei il ragionamento sui formati che vanno di moda. Allora scrivevo che l’account creator era da preferire perchè quelli erano i profili più seguiti del momento. Oggi la scelta fra account creator e account aziendale si fa su cosa ti serve, e se vendi qualcosa di tuo la seconda ti dà i pulsanti di contatto e l’indirizzo.
Quello che invece rifarei identico è la parte sul non escludere l’uno per l’altro. Il blog senza un posto che porta persone resta un archivio che nessuno apre, e il profilo senza un posto dove mandarle resta lavoro che si azzera ogni giorno. Su come tenerli insieme senza vivere dentro l’applicazione ho scritto anche questo pezzo su come stare meno sui social senza perdere clienti, che ho ritirato fuori insieme a questo.
Domande frequenti
Molti meno di quelli che pensi, perchè non conta il numero ma quanto sei precisa su chi ti segue. Un profilo da duecento persone giuste porta più letture di uno da cinquemila persone raccolte a caso, e soprattutto porta persone che poi si iscrivono. Il numero da guardare non sono i follower, sono i contatti che restano.
Tutti e due, ma servono a cose diverse. Il link in bio è la destinazione stabile, quella che trova chi arriva sul profilo oggi e fra sei mesi. Il link nella storia porta un picco di click nelle ventiquattro ore e poi sparisce. Il primo lavora da solo, il secondo lavora solo quando lo metti tu.
Prima di pagare per mandare persone su una pagina, controlla che quella pagina abbia un modo per raccogliere il contatto di chi arriva. Senza, stai comprando visite che si esauriscono nel momento in cui la persona chiude la scheda, e il costo si ripete ogni volta da capo.
Un articolo buono si può raccontare più volte, in momenti e con angoli diversi, anche a mesi di distanza. Chi ti segue non ha visto il post di tre settimane fa: la copertura media di un contenuto non arriva a tutte le persone che ti seguono, e ripescare un pezzo vecchio costa molto meno che scriverne uno nuovo.
Chi sono
Sono Martina Vitale, digital coach. Ho aperto il mio primo blog nel 2010, fra il 2020 e il 2022 ho gestito un’Academy di blogging con una community e prodotti miei, e poi ho chiuso per ragioni che con il lavoro non c’entravano niente. Nel 2026 sono tornata e ho ricostruito l’impianto in un mese, con l’intelligenza artificiale come motore, mentre lavoro a tempo pieno in ufficio con due ragazzi in casa.
Se quello che vendi è un oggetto fatto a mano, la domanda su dove portare le persone cambia in un punto preciso, perché il momento buono per te è un momento preciso e l’algoritmo non lo sa. Ho scritto quella versione qui: vendere artigianato online.
Questo articolo l’ho scritto due volte a cinque anni di distanza, e la differenza fra le due versioni è tutta in una domanda: dove porti le persone. Insegno a costruire un sistema che lavora anche quando non ci sei. Tu più sistema, non sistema più te.

Sono Martina Vitale, Digital Coach. Aiuto le donne che lavorano a costruire un business online che stia dentro la loro vita, non al posto della loro vita: un sistema che vende anche quando loro non ci sono, con l’AI come motore e senza vivere sui social. Se vuoi vedere come ti posso accompagnare, trovi tutto nei miei percorsi.
Per questo articolo ho usato l’AI come supporto alla stesura. Idee, ricerca e voce restano mie: ecco come lavoro.