Hai pubblicato anche questa settimana. La storia di martedì è sparita il giorno dopo, il post di giovedì è scivolato sotto quelli di venerdì, e se adesso apri il profilo e provi a dire cosa ti ha portato quel lavoro, ti accorgi che non c’è niente da mettere in colonna. Hai fatto quello che si dice di fare, con la costanza che ci vuole. Il punto è dove è andato a finire. E prima o poi arriva qualcuna che ti dice di ottimizzare il profilo Instagram, come se il problema fosse l’ordine della vetrina.
Ottimizzare il profilo funziona davvero. Solo che di solito te lo spiegano come si spiega l’allestimento di una vetrina, e la parte che conta resta fuori dal discorso. Dentro il tuo profilo ci sono due tipi di lavoro che convivono senza somigliarsi: le ore che si azzerano nel giro di un giorno, e le ore che restano accese e continuano a portarti persone anche nelle settimane in cui non pubblichi niente. La differenza non la decide l’algoritmo. La decidi tu, quando scegli dove mettere quelle ore.
I pezzi che restano accesi sono pochi e li conosci già di vista, solo che nessuno ti ha mai detto che lavorano. Gli esempi che leggi qui sotto vengono da profili veri, con il prima e il dopo. Valgono anche se il tuo non è un profilo Instagram ma una pagina Facebook, perchè i campi che una ricerca legge sono gli stessi. Non ti prometto follower e non ti dico in quanto tempo: ti dico quali sono le ore che, fra sei mesi, saranno ancora lì a lavorare per te.
TL;DL
- Sul tuo profilo convivono ore che si azzerano (le storie, il post senza parole con cui si cerca, il feed rifatto) e ore che restano accese (il campo nome, la bio, la categoria, le prime righe delle caption, la destinazione del link).
- Il profilo viene guardato quando decide chi guarda, non quando pubblichi tu: in Italia quasi una persona su cinque va a vedere la pagina di un’attività prima di comprare.
- Vale identico su una pagina Facebook, e se il tuo progetto vive dentro il profilo personale i campi che contano non ce li hai proprio.
- Il campo nome è l’unico campo che la ricerca interna legge davvero per farti comparire, e quasi tutte lo sprecano.
- La bio dice prima dove sei e poi come sei, perchè le ricerche più utili sono quelle di chi cerca il tuo mestiere vicino a casa sua.
- La prima riga della caption è il livello più scoperto in assoluto, ed è testo che la ricerca di Instagram legge davvero: ogni post scritto così resta ricercabile per anni, ogni post scritto senza si spegne in tre giorni.
- Un profilo curato che manda le persone al sito di qualcun altro resta lavoro fatto per qualcun altro: la domanda finale è sempre dove porta la tua porta.

Cosa vuol dire ottimizzare il profilo Instagram, e cosa ci guadagni davvero
Ottimizzare il profilo Instagram vuol dire mettere nei campi che la ricerca legge, cioè il nome, la bio, la categoria e il testo delle caption, le parole con cui ti cerca chi ha il problema che tu risolvi, e far portare il link a un posto tuo. È la parte del profilo che continua a funzionare nei giorni in cui non pubblichi niente.
Detta così sembra una questione di caselle da riempire. È una questione di dove metti le ore.
Prova a fare questa cosa, adesso, con l’ultima settimana di lavoro che hai messo su Instagram. Prendi una per una le attività che hai fatto e chiediti: fra sei mesi questa cosa è ancora lì, e sta lavorando per me?
La storia di martedì: no, è sparita mercoledì. Il commento lasciato sotto il profilo di una collega: no, è finito sotto altri quaranta commenti. Il pomeriggio passato a rifare le copertine delle evidenze perchè i colori non andavano d’accordo: no, e non stava lavorando neanche mentre lo facevi. Il post di giovedì, se dentro non ha nessuna delle parole con cui una persona cerca il tuo mestiere: quasi no, ha lavorato tre giorni e si è spento.
Adesso rifai la stessa domanda su altre cose. Il campo nome, se dentro c’è scritto cosa fai: sì, e lavora ogni volta che qualcuna digita quelle parole nella barra di ricerca, anche alle undici di sera di un giorno in cui tu non hai aperto l’applicazione. La bio, se dice dove sei: sì, e ti fa comparire nelle ricerche di chi cerca vicino a casa sua. La prima riga di una caption scritta con le parole del tuo mestiere, sotto un post di due anni fa: sì, sta ancora lì.
Le prime sono ore che si azzerano. Le seconde sono ore che si accumulano. Il lavoro che fai su Instagram è quasi sempre un miscuglio delle due, e il problema di chi pubblica tantissimo e non viene trovata da nessuno è quasi sempre lo stesso: la percentuale è tutta sbilanciata sulla prima colonna. Quattrocento post, e nessuno dei campi che una ricerca legge davvero è stato toccato dal giorno in cui è stato aperto il profilo.
Questo cambia anche cosa vuol dire avere poco tempo. Se hai tre ore a settimana e le metti tutte nella prima colonna, fra sei mesi avrai lavorato settantotto ore e avrai in mano quello che avevi in mano il primo giorno. Le stesse settantotto ore, con una parte spostata sulla seconda colonna, ti lasciano un profilo che a quel punto lavora anche quando tu sei al lavoro vero, o a cena, o in ferie.
Due cose che ci guadagni, e sono concrete.
La prima: ti trovano persone che non ti seguono e non sanno che esisti. Non è più solo il tuo pubblico che vede quello che pubblichi, sono le persone che stanno cercando adesso quello che tu sai fare.
La seconda: chi arriva sul profilo capisce in pochi secondi se sei per lei, e questo ti fa risparmiare le conversazioni con chi non lo era. Un profilo che dice le cose giuste filtra prima, e quello che arriva dopo arriva già mezzo convinto.
Il feed coordinato e le copertine delle evidenze rifatte per la terza volta stanno tutte e due nella prima colonna, quella delle ore che si azzerano. Lo dico perchè è lì che finisce la maggior parte del tempo di quasi tutte. Fanno un profilo più bello, e chi ti sta cercando in questo momento non ti trova lo stesso.
Resta una domanda, e senza la risposta il resto dell’articolo non si capisce: come fa un profilo a lavorare nelle ore in cui tu non ci sei? Chi è che lo legge, e cosa legge esattamente?
Perchè il profilo lavora anche quando non pubblichi: come funziona la ricerca dentro Instagram e su Google
Il tuo profilo riceve visite negli orari che decidono gli altri. Una persona ti vede nominata in un commento la domenica pomeriggio, un’altra cerca il tuo mestiere il martedì alle sette di mattina mentre è ferma nel traffico. Nessuno di questi due momenti coincide con quello in cui pubblichi tu.
Il report Digital 2026 di We Are Social, nella scheda italiana, dice che il 52,7% delle persone in Italia usa i canali social per informarsi su marche e prodotti, e il 18,7% va a guardare la pagina di un’attività prima di comprare qualcosa. Il secondo numero è quello che ci interessa. Quasi una persona su cinque, prima di decidere, passa dalla porta. E ci passa quando le pare.
Quello che trova quando arriva è il lavoro della seconda colonna, quello che si accumula. Il resto era già sparito.
Cosa legge davvero la ricerca di Instagram
La barra di ricerca di Instagram è nata per cercare persone che già conoscevi, e per anni ha funzionato così: sapevi il nome, digitavi il nome. Da quando legge le parole chiave, la stessa barra risponde anche a chi non sa che esisti e cerca una cosa, non una persona.
Quando qualcuna digita nutrizionista Grosseto oppure affitti Salento, Instagram non guarda le tue foto e non valuta se il tuo feed è armonico. Legge dei campi precisi, e sono pochi: il nome che hai messo nel campo nome, l’username, la bio, la categoria dell’account e il testo delle didascalie. Tutto quello che sta fuori da questi campi, per la ricerca di Instagram, non esiste.
Sugli hashtag serve una precisazione, perchè è cambiato tutto e in giro si legge ancora la roba di cinque anni fa. Gli hashtag non aumentano la copertura di un post. Lo ha detto chi guida Instagram, e nel frattempo la piattaforma ha smesso di far seguire gli hashtag e ha portato a cinque il numero che si possono mettere. Quello che resta è un aiuto alla ricerca, e solo se sono specifici: le parole che descrivono davvero quello che fai e dove lo fai. I trenta generici in fondo alla didascalia, quelli che finiscono per amore, ispirazione o motivazione, non stanno lavorando per te da un pezzo.
È lo stesso motivo per cui un profilo con quattromila follower può risultare invisibile a chi cerca il suo mestiere, mentre uno con duecento compare in cima. Non stanno competendo sullo stesso terreno: uno ha riempito i campi che vengono letti, l’altro no.
Dal 2025 c’è un secondo pezzo, e allarga la faccenda oltre Instagram: i contenuti pubblici degli account professionali possono comparire nei risultati di Google. Vale per gli account professionali, quindi se il tuo è ancora personale questa parte non ti riguarda, e fra poco vediamo come si cambia. Per gli altri vuol dire che un post scritto con le parole giuste smette di essere una cosa che vive dentro l’applicazione e diventa una pagina che qualcuno può trovare cercando su un motore, anche a distanza di mesi. Vale lo stesso per le risposte che oggi le persone si fanno dare da un assistente conversazionale quando chiedono un consiglio: quello che legge è testo, e il tuo testo o è scritto in modo che si possa leggere, oppure non c’è.
Qui c’è il punto che tiene insieme tutto l’articolo. Un contenuto che nessun motore può leggere vive quanto dura la sua ora di visibilità, e poi si spegne per sempre. Non vuol dire che Instagram sia finito, e questo pezzo non ti serve per andartene. Serve a fare in modo che quello che scrivi lì dentro si possa leggere anche da fuori.
Vale anche su Facebook: la pagina, i gruppi, e perchè il profilo personale non basta
Se lavori con una pagina Facebook, non cambia niente di quello che hai letto fin qui, e ti dico perchè.
I campi sono gli stessi: il nome della pagina, la categoria che hai scelto quando l’hai aperta, la descrizione, le informazioni di contatto e la località. Anche lì la ricerca legge quei campi e non le foto. Anche lì la categoria sbagliata ti esclude da un elenco intero di risultati senza dirtelo.
Questo articolo nasce proprio da una pagina Facebook, e i numeri per esteso li trovi più sotto: quattrocentocinquantaquattro post e centottantanove follower, in un mestiere dove le persone cercano il nome del paese. Nel nome della pagina c’era scritto il nome di un residence, la località non compariva da nessuna parte, e tutti i link portavano ai portali di annunci. Il lavoro c’era tutto. Erano i campi a essere vuoti.
Prima dei campi, però, c’è una scelta di strumento che su Facebook pesa più che su Instagram. Se il tuo progetto vive dentro il tuo profilo personale, quello con le foto di famiglia e gli auguri di compleanno, quei campi non ce li hai proprio. Un profilo personale non ha la categoria, non ha i pulsanti di contatto, non ha l’indirizzo sulla mappa e ha un tetto di amicizie. La pagina ha tutto questo, si apre gratis in dieci minuti e resta agganciata al tuo profilo senza mescolare le due cose.
Se invece lavori bene dai gruppi e il profilo ti serve per come funzionano le conversazioni lì dentro, tieni un profilo dedicato al progetto, separato da quello personale. La cosa che non funziona è il lavoro mescolato alla vita nello stesso posto: chi arriva per il tuo mestiere si trova davanti le foto delle vacanze, e tu ti ritrovi a scegliere cosa pubblicare in base a chi ti sta guardando.
E c’è una cosa in più, se lavori nei gruppi. Il nome della tua pagina è quello che le persone si trovano davanti accanto a ogni commento che lasci, e per molte è l’unica informazione su di te che leggeranno mai. Se lì dentro c’è scritto il nome di un residence e nient’altro, chi legge deve fare un click in più per capire dove sei e cosa offri, e quel click lo fa una persona su dieci. Se invece c’è scritto cosa fai e dove, il lavoro l’hai già fatto prima ancora che ti clicchino.
I gruppi sono il posto dove ti presenti mille volte al giorno senza esserci. Vale la pena decidere con che parole.
Adesso che sai quali campi vengono letti, si scende uno per uno, e si parte da quello che pesa più di tutti.
Il campo nome di Instagram: cosa scriverci per farsi trovare da chi non ti conosce
Di tutti i campi del profilo, questo è quello che rende di più, e quasi nessuna lo usa. Il campo nome è la riga in grassetto che si legge sopra la bio, ed è diversa dall’username con la chiocciola. L’username serve a chi ti sta già cercando per nome. Il campo nome serve a chi non sa che esisti e sta cercando quello che sai fare.
È anche il campo con la resa più alta in assoluto rispetto al tempo che costa. Ci metti dieci minuti una volta, e da lì in poi lavora da solo per anni. Nella colonna delle ore che si accumulano non c’è niente che renda così tanto.
Lo spazio è poco, quindi ogni parola pesa. La regola per riempirlo è una sola: ci va cosa fai e per chi, non chi sei. Il tuo nome ce l’hai già nell’username, e ripeterlo lì dentro vuol dire spendere l’unico campo indicizzato per un’informazione che è già scritta due centimetri sopra.
Prima e dopo, da profili veri
Il caso più comune, e lo vedo ogni volta che apro un profilo per una consulenza.
Prima: nel campo nome c’è il nome dell’azienda con cui una lavora, scritto per esteso. Chi cerca quel marchio la trova, e sono le poche persone che lo conoscono già. Chi cerca integratori naturali o consulenza benessere non la trova, perchè quelle parole nel suo profilo non ci sono da nessuna parte.
Dopo: cosa fa lei, per chi lo fa, e il marchio scende nella bio, dove sta benissimo e non le costa niente.
Il secondo caso, ed è il più diffuso di tutti.
Prima: nome e cognome, uguale identico all’username. Due volte la stessa informazione, e zero parole con cui qualcuna possa arrivarci.
Dopo: nome, e accanto il mestiere con la parola che le persone usano davvero per cercarlo, più la città se il tuo lavoro ha un luogo. Una che affitta case in un paese di mare senza scrivere il nome del paese sta rinunciando alla ricerca più facile che esista nel suo mestiere.
Le cose che ci finiscono dentro e non ci vanno: le emoji decorative, che occupano spazio e non vengono cercate da nessuno, e i titoli senza contenuto, quelli tipo mentor o founder, che ti mettono in una casella dove ci sono già tutte le altre.
Quello che c’è scritto nel mio, e perchè ci ho messo anni
Nel mio campo nome adesso c’è scritto Martina Vitale | Blogger Coach, ed è la stessa identica cosa che c’era scritta quattro anni fa, il giorno in cui ho chiuso tutto.
Quando ho riaperto, quella parola non la volevo più. Mi sembrava vecchia, di un’altra epoca di internet, roba da spiegare a qualcuno cos’è un blog nel duemilaventisei. Così ho scritto altro. Ho parlato solo della porta, di Instagram, di quello che sembrava attuale, e ho girato attorno a tre o quattro formulazioni diverse cercando la parola giusta per dire quello che faccio oggi.
Poi ho fatto i conti con la parola che le persone usano davvero. Scrivono blog. Scrivono blogger. Non scrivono quello che avevo messo io.
Quindi è tornata lì, e nel frattempo io continuo a parlare di sistemi, di quello che resta acceso quando smetti di pubblicare. Nel campo nome ci va la parola con cui ti cercano. Non è per forza la stessa in cui ti riconosci in questo momento, e va benissimo così: quel campo serve a farti trovare, il discorso che fai davvero lo scopre chi è già entrato.
Ci ho messo mesi a capirlo, e in quei mesi il campo che rende di più non ha lavorato per me un solo giorno.
Fatti leggere il tuo profilo da qualcun altro, e va bene anche una macchina
Il problema del campo nome è che tu sai già cosa fai, quindi qualunque cosa ci scrivi ti sembra chiara. Serve una lettura da fuori, e qui l’intelligenza artificiale fa un lavoro utile che non è quello a cui pensano tutte.
Non le fai scrivere il campo nome. Le fai da revisore. Le incolli quello che c’è adesso sul tuo profilo, il campo nome e la bio così come sono, e le chiedi una cosa sola: con che parole mi cercherebbe una persona che ha il problema che io risolvo?
Guardi la lista che ti restituisce. Se le parole che escono sono quelle con cui vuoi essere trovata, il tuo campo nome funziona. Se escono parole che non c’entrano niente, o se escono parole giuste ma tu non le hai scritte da nessuna parte, hai appena visto quello che vede anche la ricerca. Il fastidio che senti leggendo quella lista è l’informazione che stavi cercando.
È lo stesso motivo per cui non le chiedi di scriverti la bio: se gliela fai scrivere ti restituisce la bio media di tutte le persone che fanno il tuo mestiere, e tu di preciso vuoi il contrario.
Se ti blocchi qui, ti manca il pezzo che viene prima
Succede spessissimo, e vale la pena dirlo perchè è il punto in cui la maggior parte delle persone chiude l’articolo e rimanda. Apri le impostazioni del profilo, arrivi al campo nome, e ti accorgi che non sai cosa scriverci. Non perchè non sai fare il tuo lavoro, ma perchè non hai mai deciso a chi lo stai raccontando, e finchè quella cosa lì non è decisa qualunque parola sembra sbagliata.
In quel caso il pezzo che ti manca viene prima di tutto questo articolo, e non è un pezzo di profilo: è la frase che il profilo deve dire.
Se non sai cosa scrivere nel campo nome, ti manca la frase
Smetti di parlare a tutte è un quaderno da compilare, non un corso da guardare quando avrai tempo. Diciotto pagine, quattro passaggi, e alla fine hai una frase sola: per chi è quello che fai, cosa risolve, e perchè proprio tu. Quella frase la porti nel campo nome, nella bio e in apertura dei contenuti.
Diciassette euro, e non è il prezzo del margine: è il prezzo che toglie di mezzo la scusa dei soldi. Non ti darà clienti e non ti sistema il sistema: ti dà la frase.
Quando quella frase ce l’hai, tornare qui e sistemare il campo nome diventa dieci minuti di lavoro.
La bio: come si scrive quando vendi un servizio o affitti una casa
La bio lavora su due fronti nello stesso momento, e questo è il motivo per cui è così difficile scriverla. Da una parte contiene parole che vengono lette da chi cerca. Dall’altra è la prima cosa che legge una persona arrivata adesso sul profilo, che in pochi secondi decide se sei per lei oppure no. Deve funzionare per una macchina e per una donna che sta scorrendo col pollice mentre aspetta il caffè.
Quello che ci guadagni, se la scrivi bene, è di smettere di spiegarti. Le domande in privato diventano più intelligenti, arrivano da persone che hanno già capito cosa fai, e le conversazioni con chi non era per te si accorciano da sole.
Lo schema che regge, e che è lo stesso su cui sono costruite le bio che funzionano: prima cosa fai e per chi, poi una prova che sei capace, poi un invito. Tre o quattro righe, non di più. La prova sta in mezzo e mai in apertura, perchè aprire dai propri numeri è la cosa che fa scappare chi ha già visto troppa gente che si vanta.
Prima e dopo, sui due errori che vedo più spesso
Il primo riguarda il luogo, e costa più di quanto sembri.
Prima: una bio scritta bene, che racconta l’atmosfera, la cura, l’accoglienza, e non nomina mai il posto. Chi affitta un appartamento vicino al mare ha in mano la parola più cercata del suo mestiere, ed è il nome del posto in cui si trova. Se non è scritta da nessuna parte, tutte le persone che cercano proprio lì non la trovano.
Dopo: il nome del posto nella prima riga, la distanza dal mare subito dopo, e poi tutto il resto. È il cambiamento che costa meno di tutti, dieci minuti scarsi, e vale tutte le ricerche di chi sta cercando proprio lì.
Vale per qualunque mestiere che abbia un luogo. Se ricevi in studio, il nome della città vale più di un aggettivo.
Il secondo errore è più sottile e riguarda a chi stai parlando.
Prima: una bio che nella prima riga si rivolge alle clienti, nella seconda parla a chi potrebbe lavorare con lei, e nella terza saluta chi la segue da sempre. Ogni riga presa da sola è scritta bene. Messe insieme, chi legge non capisce se quel profilo è per lei, e nel dubbio se ne va.
Dopo: si sceglie una sola persona a cui parlare, e tutto il resto scende sotto, nei contenuti o nelle evidenze, dove sta benissimo. Una bio che parla a una sola non esclude le altre, le ordina.

Se il tuo profilo è ancora personale, metà di questo articolo non puoi farla
Controllo veloce, e vale la pena farlo adesso: apri le impostazioni e guarda se il tuo account è personale oppure professionale. Se è personale, alcuni dei campi di cui abbiamo parlato fin qui non ce li hai proprio, e non è una questione di quanto sei brava a compilarli.
Un account personale è nato per stare fra amici. Non ha la categoria, non ha i pulsanti di contatto, non ti fa vedere da dove arrivano le persone che ti trovano, e i suoi contenuti restano dentro l’applicazione anche quando sono pubblici. Un account professionale è la stessa identica cosa con i campi che lavorano attivi, e il passaggio si fa dalle impostazioni in un minuto, gratis, senza perdere niente di quello che hai pubblicato.
Ti verrà chiesto se vuoi un account creator o un account azienda. La differenza conta meno di quanto si racconti in giro: tutti e due ti danno la categoria e le statistiche. Se vendi qualcosa di tuo, servizi o prodotti o notti in una casa, prendi azienda, perchè aggiunge i pulsanti per farti contattare e ti fa mettere un indirizzo, che per chi lavora in un posto fisico è la cosa che porta le persone dalla ricerca alla porta di casa.
Il minuto che ci metti è il più redditizio dell’intera lista.
La categoria, che sta lì accanto e nessuno guarda
Sotto il campo nome c’è la categoria dell’account, quella che hai scelto il giorno in cui hai aperto il profilo professionale e che probabilmente non hai più toccato. Anche quella viene letta, e anche quella ti mette dentro o fuori da certi risultati.
Una casa vacanze catalogata come blog personale, una consulente catalogata come figura pubblica: sono casi in cui il profilo dichiara a Instagram una cosa e alle persone un’altra. Ci vogliono venti secondi per cambiarla, sta dentro le impostazioni dell’account professionale, ed è nella colonna delle ore che si accumulano.
Le cose che nella bio non ci vanno
Le frasi che parlano di te senza dire niente a chi legge, tipo sognatrice o amante del caffè. Non sono sbagliate come persona, sono sbagliate come uso di quattro righe che devono lavorare. Se una di quelle cose dice davvero qualcosa del tuo lavoro, resta. Altrimenti sposta.
L’elenco dei ruoli separati dalle barre verticali, che sembra completo e non fa capire cosa fai in concreto. Le emoji messe al posto delle parole: quella casetta non viene cercata da nessuno, la parola casa vacanze sì.
E l’ultima riga, quella dell’invito. Deve dire cosa trova chi clicca, con parole che descrivono quello che vuole lei. Il nome del tuo prodotto lì dentro non dice niente a chi non lo conosce già, che poi sono tutte le persone che ti servono.
Adesso i due campi che contano di più li hai sistemati. Resta la parte che si accumula davvero, quella che non fai una volta sola.
Alt text e prima riga della caption: il lavoro che si accumula a ogni post
Questa è la parte che rende il resto dell’articolo diverso da un’operazione fatta una volta sola. Il campo nome e la bio si sistemano in mezz’ora e poi restano lì. Qui invece ogni singolo post che pubblichi da lunedì in poi diventa un pezzo di archivio che si può cercare, oppure un pezzo che vive tre giorni e si spegne. La differenza fra le due cose sono due righe di lavoro per post.
E c’è una cosa che rende questa sezione la più conveniente di tutte: si può fare anche all’indietro. La prima riga e l’alt text si aggiungono ai post già pubblicati, quelli di sei mesi fa e quelli di due anni fa. Sono le uniche ore di lavoro, in tutto questo articolo, che vanno a recuperare quello che hai già fatto invece di aggiungere altro.
La prima riga, che decide due cose insieme
Quando qualcuno vede il tuo post nel feed, di tutta la didascalia legge le prime due righe, poi c’è quel altro che quasi nessuno tocca. Nello stesso momento, la ricerca legge il testo della didascalia per capire di cosa parla quel post.
Le due cose vogliono la stessa identica riga: chiara, concreta, con dentro le parole vere del tema.
Prima: buongiorno amiche, oggi vi porto con me in una giornata un po’ particolare. Chi legge non sa di cosa parla il post, e la ricerca nemmeno.
Dopo: come si prepara una casa vacanze fra un ospite e l’altro, in due ore. Chi legge sa se le interessa, e il post adesso esiste per chiunque cerchi quelle parole.
Non vuol dire scrivere righe fredde. La frase calda arriva subito dopo, dalla terza riga in giù, dove hai tutto lo spazio che vuoi.
Gli hashtag, adesso che non fanno più quello che facevano
Questa è la parte del profilo dove la maggior parte delle persone sta ancora lavorando con le regole di cinque anni fa, quindi vale la pena di rifare il prima e dopo anche qui.
Prima: trenta hashtag in coda a ogni didascalia, copiati da un blocco note che gira dal duemilaventuno, con dentro i generici enormi tipo amore, ispirazione, motivazione.
Dopo: al massimo cinque, scelti sulle parole con cui una persona cercherebbe proprio quella cosa lì, e con dentro il luogo se il tuo lavoro ha un luogo.
E soprattutto senza aspettarsi da loro quello che davano una volta. Gli hashtag oggi possono aiutarti a farti trovare in una ricerca, non ad allargare la copertura di un post. Se hai la sensazione che abbiano smesso di funzionare, non è una tua impressione e non è colpa di quello che pubblichi: è il meccanismo che è cambiato sotto. Il lavoro si è spostato tutto sulle parole che stanno dentro il testo.

L’alt text, che è il campo più ignorato di tutti
L’alt text è la descrizione testuale di un’immagine. Nasce come strumento di accessibilità, serve a chi naviga con un lettore di schermo, e per questo motivo va scritto bene per prima cosa per rispetto verso chi lo usa. Il fatto che sia anche il pezzo di testo che descrive la foto a chi non la può vedere, motori compresi, viene dopo.
E qui va detta una cosa che in giro si legge quasi sempre al contrario. Instagram, fra i campi che dichiara di leggere per la sua ricerca interna, l’alt text non lo elenca. Quello che è documentato è il pezzo di sopra: dal 2025 i contenuti pubblici degli account professionali possono finire nell’indice di Google, e lì quel testo viene letto insieme al resto della pagina. Quindi l’alt text si scrive, e si scrive bene, per due ragioni vere: le persone che la foto non la vedono, e il motore che legge fuori da Instagram. Se qualcuno ti dice che ti fa comparire nella barra di ricerca dell’applicazione, ti sta raccontando una cosa che Instagram non ha mai scritto da nessuna parte.
Si scrive prima di pubblicare, nelle impostazioni avanzate, e si aggiunge ai post già pubblicati dal menu di modifica.
Prima: l’alt text automatico che genera la piattaforma, che dice cose tipo può essere un’immagine di una persona e di interni.
Dopo: il terrazzo di uno dei due appartamenti al tramonto, con la tavola apparecchiata per due e il mare sullo sfondo.
Descrivi quello che si vede, con le parole con cui si cerca quella cosa. Se ti accorgi che stai infilando parole a forza, sei uscita dalla descrizione e sei entrata nel trucco: quello lo riconoscono sia le persone che le macchine, e non funziona da un pezzo.
Il secondo controllo, e anche qui l’AI fa da revisore
Prendi le prime righe degli ultimi dieci post che hai scritto, copiale una sotto l’altra, e incollale dentro l’assistente che usi. La domanda è una sola: di che cosa parla il profilo di questa persona?
Quello che ti risponde è una versione grezza di quello che capisce anche un motore di ricerca leggendo il tuo profilo. Se la risposta è generica, tipo lifestyle e ispirazione, il tuo archivio è generico. Se la risposta è precisa e somiglia a quello che vendi, stai già lavorando bene.
Anche qui non le chiedi di riscriverti le didascalie. Le chiedi solo di dirti cosa vede, che è la cosa che tu non puoi fare da sola perchè sai già cosa volevi dire.
Dieci minuti, stasera
Non serve rifare tutto l’archivio. Apri le statistiche, guarda i cinque post che hanno portato più visite al profilo negli ultimi mesi, e a quei cinque sistema la prima riga e aggiungi l’alt text. Sono i post che le persone stanno già guardando: la prima riga li rende trovabili dentro Instagram, l’alt text li rende leggibili fuori. Quel lavoro te lo ritrovi indietro moltiplicato.
Se invece a questo punto ti stai chiedendo se il pezzo che ti manca sia davvero il profilo, oppure qualcosa che sta più a valle, qui sotto c’è il modo per scoprirlo.
Non sai qual è il pezzo che ti manca?
Dieci domande, due minuti, niente email. Alla fine sai su quale anello del tuo sistema stai perdendo le persone, e cosa conviene sistemare per primo.
Dove porta il tuo link, e perchè è la domanda che nessuno ti fa
Qui casca tutto il resto. Puoi avere il campo nome perfetto, la bio che filtra, l’alt text su duecento post, e avere costruito tutto questo per far crescere il giardino di qualcun altro.
Guarda il link che hai adesso nel profilo, e guarda i link che metti nelle storie e nei post quando mandi le persone da qualche parte. Dove finiscono, quelle persone?
Una che affitta appartamenti e manda tutti al portale di annunci dove è iscritta sta facendo una cosa precisa: prende le persone che l’hanno trovata grazie al suo lavoro e le consegna a un sito che le mostrerà anche altre venti case, dopo averle fatte registrare, tenendosi il contatto e la percentuale. Il portale porta clienti veri, e va benissimo continuare a usarlo. Il punto è che ogni persona passata da lì diventa cliente del portale, mentre lei resta quella che ha fatto il lavoro di farsi trovare.
Succede uguale a chi manda tutto a un marketplace di prodotti fatti a mano, a chi manda le persone alla pagina del marchio per cui lavora, a chi ha come unica destinazione un altro social.
C’è poi il caso che fa più male, perchè il lavoro era già fatto. Una professionista con quindici anni di mestiere, un sito suo, un blog con due pagine di articoli scritti bene: dal profilo non ci si arriva. Il link in bio porta da un’altra parte, e quegli articoli, che sono la cosa più solida che ha, li vede solo chi già conosce il suo sito. Un archivio che esiste e non è raggiungibile è come una casa che hai costruito e di cui non hai dato l’indirizzo a nessuno.
La porta e la casa
Questo è il modo in cui guardo qualunque sistema online, e da quando l’ho capito non riesco più a guardarlo diversamente.
Instagram è la porta. Serve a farti trovare, ed è il pezzo che quasi tutte hanno già montato, spesso l’unico. Una porta però dà su qualcosa, e la domanda vera è cosa c’è dietro la tua.
Se dietro c’è un posto tuo, cioè un sito con quello che hai scritto e un modo per lasciarti un contatto, ogni persona che entra resta raggiungibile anche nei mesi in cui non pubblichi. Se dietro c’è soltanto altro Instagram, la porta si apre su un corridoio che appartiene a qualcun altro: le persone entrano, si guardano intorno, e la volta dopo che vuoi parlare con loro devi chiedere il permesso a un algoritmo che decide se farti passare.
È lo stesso motivo per cui una vetrina in centro non fa di te la proprietaria del negozio. Se ti interessa il quadro intero, i pezzi che stanno fra chi ti trova e chi ti paga li ho messi in fila qui: come si costruisce un business che non dipende solo da te.
Non è una cosa che dico solo io, ed è vecchia quanto internet. Daniele Imperi, che tiene un blog sulla scrittura dal 2011, la mette così: un blog è casa nostra, e da casa nostra nessuno può cacciarci. Sui social i post e le pagine vengono cancellati, gli account chiusi per errore, e quando succede non c’è un ufficio a cui telefonare. Il tuo archivio, se sta tutto lì dentro, sta sul terreno di qualcun altro.
Cosa ci va, in quel link
Una destinazione sola, tua, dove succede qualcosa di preciso.
Non serve avere già un sito fatto e finito per smettere di regalare le persone agli altri. Serve un posto dove chi arriva possa lasciarti un modo per essere ricontattata, e da lì in poi quella persona è tua: non dipende più da un algoritmo che decida se farle vedere il tuo post.
Se sei tentata di mettere l’elenco con dieci link, guarda le statistiche del mese scorso e conta quanti click hanno preso i link dal terzo in giù. Una destinazione sola porta più lontano di dieci opzioni, perchè chi arriva non deve scegliere.
E se stai pensando che la casa non ce l’hai, quasi sempre non è vero. Le persone che sono già state da te esistono già da qualche parte, nella rubrica del telefono e nelle email di chi ha prenotato o comprato. Non sono ancora una lista, perchè una lista è una cosa a cui puoi scrivere davvero, ma sono il materiale con cui si comincia. Come si costruisce quel pezzo l’ho scritto qui: come creare una mailing list da zero.
E il passaggio pratico, cioè cosa pubblicare su Instagram perchè le persone arrivino davvero dall’altra parte e trovino qualcosa che le trattiene, sta in questo pezzo che ho ritirato fuori e riscritto: l’avevo pubblicato nel duemilaventuno, e il meccanismo funziona ancora esattamente uguale.
Ogni volta che sistemi un pezzo del profilo, la domanda finale è sempre la stessa, e vale anche per la fotografia che pubblichi stasera: questa cosa qui, dove vive?
Tre profili veri, dagli affitti brevi alla consulenza: cosa avevano in comune
Fin qui ho parlato di campi e di ore. Adesso ti faccio vedere da dove viene questo articolo, perchè non l’ho pensato a tavolino: l’ho scritto dopo aver guardato dei profili veri, di persone che mi hanno risposto a una email raccontandomi cosa stavano facendo. I nomi non ci sono e non ci saranno mai. I numeri sì, perchè sono la parte che serve.
Il primo. Una donna affitta due appartamenti a due passi dal mare, in un paese del sud, da due anni. Trova i suoi ospiti nei portali di annunci e nei gruppi delle case vacanza, e le prenotazioni le prende dirette. Mi ha scritto una frase che mi è rimasta: i risultati arrivano, ma vorrei migliorare il modo di mostrarmi sui social.
Sono andata a guardare. Quattrocentocinquantaquattro post. Centottantanove follower. Non su Instagram: su una pagina Facebook, che è il posto dove il suo mestiere sta davvero. Nel nome della pagina c’era il nome della struttura, che è l’unica parola che nessuno cerca. La bio era scritta bene e raccontava l’atmosfera, ma non nominava nè il paese nè la distanza dal mare, che sono le due cose che tutti cercano. La categoria diceva settore immobiliare, cioè il mestiere di chi vende case. E i link, tutti e tre, portavano ai portali di annunci.
Quattrocentocinquantaquattro post sono tanti in qualunque mestiere. Quel lavoro esiste, si vede, ed è stato fatto in un posto dove non si accumulava, con la porta rivolta verso la casa di qualcun altro. I campi che potevano farla trovare erano vuoti, e i campi vuoti hanno questo di brutto: non si vedono. Non c’è niente che ti avvisi, e nessuno che pubblica ogni settimana ha motivo di sospettare che il problema stia in tre righe di impostazioni compilate il primo giorno e mai più toccate.
Sei giorni dopo. Sono tornata a guardare quella pagina mentre finivo di scrivere questo articolo. Adesso in cima c’è il nome del paese, c’è la distanza dal mare, e la categoria dice che è un posto dove si dorme. Io non ho fatto niente più che dirglielo in una email, e a lei sono bastati pochi minuti. È l’unica parte di questo lavoro che si sistema una volta sola e poi resta sistemata, e mentre lo scrivo la sua pagina sta già facendosi trovare da persone che non passeranno mai da un portale.
Il secondo. Una donna vende come incaricata i prodotti di un’azienda di benessere che usa lei per prima. Duemilacinquecentoventidue post e millenovecentonovantasei follower, con tremiladiciassette profili seguiti. Nel campo nome c’è scritto il nome dell’azienda, e la bio nella prima riga parla a chi vuole stare meglio mentre nella seconda parla a chi potrebbe entrare in squadra con lei.
Qui i campi che decidono tutto sono due. Il campo nome è speso per il marchio, che fa trovare solo da chi quel marchio lo conosce già, mentre le parole del suo mestiere non compaiono da nessuna parte. E la bio cambia interlocutore a metà, quindi chi arriva deve capire da sola in quale delle due categorie sta, e quasi nessuno si prende quel disturbo.
Poi c’è la cosa che mi ha fatta sorridere, ed è il motivo per cui questo caso mi è rimasto in testa. Il post che ha scelto lei di fissare in cima al profilo comincia così: ci metto la faccia, ma a modo mio, niente storie parlate. È il contenuto migliore che ha, è la sua voce, e non assomiglia per niente alla bio che ha scritto sopra. La risposta se l’era già data da sola, e stava a due centimetri dal problema.
La terza. Una professionista del benessere con quindici anni di mestiere, quattromilacentoquarantotto follower, un sito, una guida, una masterclass. E un blog con due pagine di articoli, fermo dal duemilaventiquattro, che dal suo profilo non si raggiunge. Sul blog fermo mi ha scritto questo: una scelta di fare passi avanti e investimenti per step.
Quella frase la riporto perchè smonta la spiegazione comoda, quella che diamo tutte: chi non aggiorna il blog non ha tempo, o non ha voglia. In un ordine di priorità qualcosa sta in fondo per forza, e nella mia esperienza ci finisce quasi sempre il pezzo che avrebbe continuato a lavorare da solo, perchè è anche l’unico che non ti chiede niente mentre lo trascuri.
Cosa hanno in comune
Tre mestieri che non si somigliano per niente, e la stessa identica cosa sotto. In nessuno dei tre casi il problema era la quantità. Nessuna di loro aveva bisogno di sentirsi dire di pubblicare di più, e a tutte e tre era stato detto.
Il numero che avevano in mano non stava dicendo quello che credevano. Quattrocentocinquantaquattro post non misurano quanto sei visibile, misurano quanto hai lavorato. Sono due cose diverse, e questa storia dei numeri che sembrano dire una cosa e ne dicono un’altra vale anche per i follower e per le iscritte: ne ho scritto qui, a proposito di quante persone servono davvero per vendere.
In che ordine si fa, se hai tre ore a settimana
Se hai letto fin qui hai in mano una lista di cose da sistemare, ed è il punto in cui di solito si chiude la pagina con l’intenzione di farlo nel fine settimana. Quindi te la metto in ordine, dal pezzo che rende di più a quello che rende meno, così se ti fermi dopo il primo hai comunque fatto la cosa giusta.
Uno. Il campo nome. È il più redditizio in assoluto ed è quello che costa meno tempo. Ci scrivi cosa fai e per chi, con la parola che usano le persone quando cercano quella cosa, e la città se il tuo lavoro ha un luogo. Se ti blocchi perchè non sai a chi stai parlando, quello è il pezzo che viene prima e sai già dove trovarlo.
Due. La bio e la categoria, nella stessa seduta. Cosa fai e per chi, una prova che sei capace, un invito che dice cosa trova chi clicca. La categoria si sistema in venti secondi dalle impostazioni. E se il profilo è ancora personale, il passaggio a professionale viene prima di tutto il resto.
Tre. La destinazione. Guarda dove porta il tuo link e decidi se quella è casa tua. Se non lo è, questa è la cosa più importante che puoi cambiare quest’anno, e anche la più lenta, perchè un posto tuo non si costruisce in una sera. Comincia scrivendoti da qualche parte chi sono le persone che sono già passate da te.
Quattro. Le prime righe, e l’alt text. Da qui in avanti, su ogni post nuovo. E i cinque post vecchi che hanno portato più visite, quando hai dieci minuti fermi.

Cosa non fare adesso
Non rifare il feed. È la cosa che chiama di più, perchè si vede subito e dà la sensazione di aver fatto qualcosa, ed è interamente nella colonna delle ore che si azzerano.
Non cancellare i post vecchi perchè adesso ti sembrano brutti. Sono l’archivio su cui puoi lavorare all’indietro, e in molti casi sono anche l’unica prova che quel lavoro lo fai da anni.
Non aprire un profilo nuovo per ricominciare da capo pulito. Il profilo che hai adesso ha una storia, delle persone dentro, e dei post che hanno già portato visite. Ricominciare vuol dire buttare via l’unica cosa che avevi accumulato davvero.
E soprattutto non concludere che quello che hai fatto finora è stato inutile. Quattrocento post sono quattrocento volte in cui hai aperto l’applicazione e hai fatto il lavoro. Quelle occasioni sono arrivate a una porta che non sapeva dove mandarle, e questo si sistema in mezz’ora. Il lavoro non si rifà.
E se il problema è che non ci vuoi stare, su Instagram
Capita, e capita spesso a chi ha già passato anni a pubblicare senza vedere ritorni. Non serve fingere entusiasmo per un posto che ti stanca: serve decidere quanto ci stai e cosa ci fai mentre ci sei. Ne ho scritto in un pezzo che avevo pubblicato anni fa e che ho appena ritirato fuori e riscritto, su come stare meno sui social senza perdere clienti.
E se il problema è invece che non sai cosa pubblicare quando ci stai, la logica dei canali, cioè cosa va su Instagram e cosa va sul blog, l’ho spiegata qui, a proposito di piano editoriale.
Domande frequenti
Si riempiono i campi che la ricerca legge davvero: il campo nome con cosa fai e per chi, la bio con il luogo e la persona a cui parli, la categoria giusta dell’account professionale e le prime righe delle didascalie con le parole che le persone usano per cercare quel tema. L’alt text si scrive per l’accessibilità e per i motori di ricerca fuori dall’applicazione: fra i campi che legge la ricerca interna di Instagram non è elencato. Il resto del profilo, dal feed ai colori, non viene letto da nessuna ricerca.
Ci scrivi il tuo mestiere con la parola che usano le persone, non con quella del settore. Nutrizionista prima che biologa nutrizionale, ceramista prima che designer. Se lavori in un posto fisico aggiungi la città. Il tuo nome e cognome stanno già nell’username, quindi lì dentro non servono due volte.
Serve prima di tutto a chi naviga con un lettore di schermo, ed è il motivo per cui va scritto bene. In più è la descrizione testuale che spiega la tua immagine a chi non la può vedere, motori di ricerca compresi, e dal 2025 i contenuti pubblici degli account professionali finiscono nell’indice di Google. Non serve invece a farti comparire nella ricerca interna di Instagram: fra i campi che Instagram dichiara di leggere, l’alt text non c’è. Si compila nelle impostazioni avanzate prima di pubblicare, e si può aggiungere anche ai post già pubblicati.
Sì, e i campi sono gli stessi: nome della pagina, categoria, descrizione, informazioni di contatto e località. Anche lì la ricerca legge quei campi e non le fotografie. Se lavori nei gruppi, il nome della pagina è quello che le persone vedono accanto a ogni tuo commento, quindi è la tua presentazione più letta in assoluto.
Prima il profilo, perchè costa mezz’ora e da lì in poi lavora da solo. Il blog è il pezzo che ti fa diventare proprietaria di quello che scrivi, ma è lento e vuole costanza. L’ordine sensato è: rendi trovabile la porta che hai già, e nel frattempo comincia a costruire il posto dove mandare le persone.
Funziona uguale, e in alcuni casi rende di più. Chi ha un luogo ha in mano le ricerche locali, che sono le più facili da vincere. Chi vende oggetti fatti a mano ha le parole precise del materiale e della tecnica, che le persone cercano davvero. In tutti e due i casi la domanda importante resta dove porti chi ti ha trovata.
Le due colonne delle tue ore, e la domanda che viene dopo
Il lavoro che fai su Instagram si divide in due colonne. Nella prima ci sono le ore che si azzerano in un giorno, e sono quelle in cui finisce quasi tutto il tempo di quasi tutte. Nella seconda ci sono i campi che la ricerca legge e che continuano a portarti persone anche nelle settimane in cui non pubblichi niente.
Spostare peso dalla prima colonna alla seconda costa mezz’ora per il campo nome e la bio, venti secondi per la categoria, due righe in più a ogni post. Da lì in poi ogni cosa che scrivi si somma a quella prima.
E poi c’è la domanda che regge tutto il resto, quella su dove porta la tua porta. Perchè un profilo curato che consegna le persone al sito di qualcun altro resta lavoro fatto bene, per qualcun altro.
Se a questo punto vuoi capire su quale anello del tuo sistema stai perdendo le persone, e se davvero il pezzo che ti manca è il profilo, fai il test: sono dieci domande e ti dice dove si inceppa.
Chi sono
Sono Martina Vitale, digital coach. Ho aperto il mio primo blog nel 2010, fra il 2020 e il 2022 ho gestito un’Academy di blogging con una community e prodotti miei, e poi ho chiuso tutto per ragioni che con il lavoro non c’entravano niente. Nel 2026 sono tornata e ho ricostruito l’impianto in un mese, con l’intelligenza artificiale come motore, mentre lavoro a tempo pieno in ufficio con due ragazzi in casa.
E se quello che vendi lo fai con le mani, il profilo scritto bene è solo metà del lavoro: l’altra metà è avere un posto dove far restare chi si ferma davanti a una tua fotografia. Quella parte l’ho scritta qui: vendere artigianato online, sobrio non vuol dire nascosto.
Il campo nome del mio profilo l’ho lasciato sbagliato per mesi, quindi questo articolo lo scrivo da una che ci è passata. Insegno a costruire un sistema che lavora anche quando non ci sei. Tu più sistema, non sistema più te.

Sono Martina Vitale, Digital Coach. Aiuto le donne che lavorano a costruire un business online che stia dentro la loro vita, non al posto della loro vita: un sistema che vende anche quando loro non ci sono, con l’AI come motore e senza vivere sui social. Se vuoi vedere come ti posso accompagnare, trovi tutto nei miei percorsi.
Per questo articolo ho usato l’AI come supporto alla stesura. Idee, ricerca e voce restano mie: ecco come lavoro.

Grazie Martina mi hai aperto gli occhi su tantissime cose
Mi metto subito a lavoro